SENSI E
CONTROSENSI DEI COLORI
Estratto dalla
Rivista Colore, Ikon Editrice n. 35 - 2001
Pier Pietro Brunelli
Nonostante le più sofisticate teorie del colore, quando si cerca di rispondere
alla domanda: ‘Che senso ha questo o quel colore?’ si cade facilmente in
interpretazioni molteplici e a volte contraddittorie… la semiotica, disciplina
tendenzialmente ‘transdisciplinare’, può essere
d’aiuto a interpretare i sensi e i ‘controsensi’ dei colori.
Il ‘senso’ di un colore viene espresso il più delle volte come
un insieme di qualità percettive, emotive, estetiche, simboliche. Tuttavia,
quando si cerca il ‘senso di un colore’
si deve distinguere se il colore è considerato come sensazione pura,
individuata su una certa scala colorimetrica o su un
certo sistema (ad esempio i Pantoni), oppure se tale
colore è percepito nella sua applicazione, quindi come ‘coloritura’ di un certo
materiale, avente una certa forma, in un certo contesto ambientale e di
luminosità. Il senso di un colore come sensazione pura è comunque
un’astrazione, dato che esso deve avere comunque una sua ‘consistenza materiale’, a meno che non lo si immagini; tuttavia anche
in questo caso l’immaginazione non può prescindere da una forma e da una
luminosità, e quindi da modalità rappresentative del colore stesso. Dunque
quando si interpreta il senso di un colore, bisogna
chiarire se ci si riferisce alla sensazione pura ‘astratta’ o alla coloritura,
e quindi alla presenza del colore in una oggettualità
e in un ambiente.
Qui ci riferiamo ad
un ragionamento interpretativo sulla sensazione cromatica astratta, e che cerca
di rispondere a domande come le seguenti: ‘che senso
ha il rosso? oppure il blu, o il giallo?’.
Innanzitutto si nota subito che ogni cultura
tende a ritagliare dal continuum dei colori alcune lunghezze d’onda e dà
a queste un nome. Per i popoli latini il caeruleum, andava dal verde al blu, e non esisteva
un nome per distinguere questi due colori; così, per i popoli delle aree
desertiche esistono molteplici nomi per definire le gradazioni di rosso della
sabbia. Dunque per motivi culturali, oltre che ambientali i diversi popoli del
mondo hanno diversi modi di distinguere, ‘nominare’ e
interpretare i colori. Quindi, va aggiunto che qui ci riferiamo al modo
occidentale attuale di vedere e di nominare i colori, sebbene la sconfinata
gamma di toni e gradazioni ha reso più difficile
individuare di quale ‘blu’ o ‘rosso’ si sta parlando in termini di vocabolario
comune e non tecnico. Una barzelletta racconta di un tale che fece impazzire il
commesso di un negozio di stoffe per la ricerca di un particolare tipo di
rosso, dopo un’ora di ricerche e comparazioni riuscì a
trovarlo, ma solo per acquistarne un paio di cm per fare la lingua della
bambola. Scherzi a parte, intendiamo riferirci all’uso corrente dei nomi di
colori, come è quello che tipicamente è espresso dagli
utenti non addetti ai lavori, ad esempio da chi deve scegliere come tinteggiare
la sua casa.
L’interpretazione del senso di un
colore deriva da ragionamenti di carattere associativo. Ad esempio il colore viene associato con determinati oggetti nei quali esso
appare, naturali o artificiali, o con determinati concetti, quindi con simboli
culturali (una certa bandiera, divisa, effige religiosa, ecc.). Inoltre
l’interpretazione del senso di un colore deriva anche dall’effetto di tale
colore sul sistema nervoso, dal momento che
determinati colori sono effettivamente capaci di provocare sensazioni
misurabili ed anche percepibili in soggetti umani ed animali. Dunque, si dice che un certo colore è caldo o è freddo perché
effettivamente provoca una differente percezione della temperatura (una stanza
tinteggiata di arancio potrà risultare confortevole a 18°, ma se le pareti sono
verdi potrà essere percepita come fredda a 20° - Vedi: S. Sacchetti, L’abitazione
ecologica, Padova, ed. GB, 1993 – in questo testo ci sono interessanti
osservazioni sulla relazione casa-colore). La percezione della pesantezza degli
oggetti è maggiore se questi sono scuri ed è minore se gli stessi sono chiari.
Insomma gli studi psicofisiologici, nonché le diverse culture cromoterapeutiche,
antiche e moderne, evidenziano che i colori stimolano il sistema nervoso con
effetti oggettivi, ad esempio il rosso è eccitante e il blu tranquillizzante. Eppure negli ambienti ospedalieri andrebbero evitati colori
freddi come il blu, e andrebbero privilegiati i colori caldi (vedi: J.Torquinst, Colore e luce. Milano, Istituto del
colore, 1999). Ciò vuol dire che la ‘tranquillità’ del
blu può essere anche depressiva, magari in opposizione al rosso che in quanto euforizzante può conseguentemente risultare ansiogeno (gli
opposti effetti dipendono dunque dal contesto e dallo stato d’animo). Inoltre
si dice che si diventa blu dalla rabbia e nelle
pitture medioevali i diavoli sono spesso di colore blu (vedi: M. Pastoureau, L’uomo e il colore. Firenze, Giunti,
1987), così Shiva è blu perché assorbe il male del
mondo tuttavia anche le vesti della Madonna sono quasi sempre
blu… Del resto il rosso è simbolo dell’amore, ma anche della guerra (il rosso
dio Marte), e viene usato per segnalare pericolo o divieto! Il giallo è indice
di luminosità e quindi di saggezza (in Cina solo l’imperatore poteva vestire di
giallo), ma è anche spesso associato alla follia… per
non parlare poi del viola che per Kandinsky, così
come per M. Lüscher (celebre psicologo della
relazione colore-personalità. Vedi: Il test dei colori di Max Lüscher ,
Roma, Astrolabio, 1969) evoca un senso di tristezza e malattia (nelle
‘superstizioni teatrali’ è anche un grande
porta-sfortuna) mentre in certa tradizione mistica è considerato il più
spirituale dei colori. E che dire del verde, che è il colore della natura e
della pace, che favorisce la concentrazione, anche grazie a sue particolarità
di neutralizzazione di alcuni riflessi ottici
disturbanti (infatti è usato nelle sale operatorie da medici e infermieri) e
che nello stesso tempo può simboleggiare la paura?
Insomma, gli
innumerevoli sensi e controsensi del colore sono un enigma ben noto, intorno al
quale, a seconda dell’approccio disciplinare
(estetico, semiotico, psicologico, antropologico) e
della dimensione soggettiva si è tentatati di ricercare una oggettività
chiarificatrice.
Dal punto di vista semiotico, ovvero la disciplina
che studia l’interpretazione e la comunicazione dei segni, possiamo tentare di
fare un po’ di ordine a cominciare con il sostituire la domanda ‘Qual’ è il
senso del colore?’ con la domanda ‘In che senso ci chiediamo quale è il senso
del colore?’. In altri termini, se consideriamo i colori come segni che
denotano e connotano significati, in che modo avviene questa significazione? E’
ovvio che la risposta comporta una letteratura semiotica sconfinata, ma qui
proviamo ad avvalerci apte ac simpliciter della teoria
semiotica di C.S. Peirce sulla tripartizione dei
segni in Icone, Indici, Simboli (vedi G. Proni,
Introduzione a Peirce, Milano, Bompiani, 1990, e più in profondità, gli studi del
principale esperto italiano di Peirce: Massimo, A. Bonfantini).
I segni iconici
significano per somiglianaza con l’oggetto rappresentato
(ad es. i disegni che assomigliano a ciò che raffigurano, o le onomatopee che
hanno un suono simile a ciò che esprimono); i segni indicali significano per
contiguità o per una relazione di causa-effetto con l’oggetto rappresentato (ad
es. il fumo che sta per il fuoco essendo un suo effetto, o una freccia che
indica la direzione ed è quindi orientata in funzione di questa); i segni
simbolici sono invece convenzionali e arbitrari, ovvero
significano in virtù di un codice condiviso che stabilisce il loro significato
senza una motivazione data dalla somiglianza o dalla indicalità
(come nell’icona e nell’indice).
Queste tre
tipologie di segno non sono tra di loro escludentisi. Ad esempio i ‘segnali di fumo’
dei nativi d’America sono un indice di una sorgente di calore, ma soprattutto
sono simboli convenzionali. L’icona che raffigura una rosa è anche un simbolo di amore. Il disegno di freccia che punta verso l’alto è un icona, un indice, ma può essere anche un simbolo di
successo. La grafica pubblicitaria presenta un immenso repertorio di giochi
verbo-visivi che intrecciano le significazioni a
livello iconico, indicale e simbolico.
Se proviamo a
considerare la significazione cromatica secondo la tripartizione di icona , indice e simbolo, forse certi sensi e controsensi
del colore possono risultare più comprensibili.
Il colore come
icona
Quando il colore,
in quanto sensazione cromatica, viene associato ad un
elemento o oggetto che è tipicamente portatore di quel colore, allora tale
colore acquisisce valenze significative derivate da quell’elemento
o oggetto. Ciò avviene quando individuiamo una
relazione di iconicità, tra un colore inteso come
sensazione pura e un elemento o oggetto che ha similmente tale coloritura.
L’azzurro di una certa vernice risulta leggero perché
è simile all’azzurro del cielo, oppure è fresco se lo relazioniamo, sempre per
similitudine, all’azzurrità riflessa delle acque. Il rosso è caldo se lo
consideriamo simile al rosso del fuoco, ma se lo consideriamo simile al sangue,
allora può avere un ulteriore significato passionale,
o anche violento. Si osserva dunque che il colore puro in seguito ad una
relazione di iconicità con
la colorazione di un dato elemento o oggetto, trae ulteriori significazioni,
non solo per via iconica, ma anche per via indicale e simbolica. Infatti l’aumento di temperatura è un indice di una sorgente
di calore, la quale ha la sua forma più evidente nel fuoco, a questo punto il
‘rosso fuoco’ acquisisce una ‘qualità calda’. Si innesca dunque una
catena di significazioni iconiche, indicali e simboliche, dal calore si passa
alla energia e alla passionalità. Ulteriori
associazioni iconiche possono fortificare o indebolire il ‘senso’ di un certo
colore, ad esempio dato che il sangue è rosso si innestano ulteriori significazione
di ordine simbolico ‘vita-morte’, ‘amore-guerra’. L’evocazione di sensi legati
all’emotività nel caso dell’iconicità ‘rosso-sangue’
ha anche una motivazione indicale poiché le emozioni sono correlate a fenomeni
fisiologici che hanno una loro evidenza nel flusso sanguigno.
Il
colore come indice
Nei casi di una
significazione immediata del colore come indice, allora non possiamo
considerare il colore come sensazione pura, ma dobbiamo parlare di coloritura
di un certo oggetto o elemento. Il verde di una foglia di insalata
è indice di freschezza, ma in un formaggio indica che è andato a male. La
semiotica medica individua nelle coloriture del corpo, delle feci e delle urine
indici sintomatici di salute o di malattia. Gli
animali utilizzano i colori come segnali, e quindi come indici per esprimere e
riconoscere determinati stati e atteggiamenti. Con i suoi colori
la natura offre indici per interpretare l’andamento delle stagioni, la
qualità dei raccolti, l’assenza o la presenza di minerali e di altre risorse.
Dunque in alcuni casi al colore viene attribuito un
significato simbolico in funzione della sua ‘forza indicale’,
il verde ad esempio, indica la vegetazione ed è quindi adottato come simbolo di
valori naturali ed ecologici. Tuttavia il verde può assumere anche il
significato di una natura acerba e immatura, in tal senso viene
usata l’espressione ‘anni verdi’ per simboleggiare la
gioventù.
Il rosso del
tramonto è ‘proverbialmente’ considerato indice di bel tempo e quindi assume un
significato di serenità e di speranza (contrario al senso di eccitazione
e di euforia che acquisisce a livello iconico e simbolico). Più in generale i
colori chiari e i colori scuri sono indice di maggiore
o minore luminosità, da ciò si ricavano significazioni più euforiche ed estroverse
nei colori chiari e più disforiche ed introverse nei
colori scuri. Ciononostante la chiarezza esprime una maggior visibilità ed in
tal senso una minore possibilità di nascondersi, in questo senso risulta meno rassicurante rispetto ai colori scuri, che sono
più difensivi e meno ‘penetrabili’.
Il colore come
simbolo
Quando il colore ha
una forte significatività simbolica il percorso di senso
è quasi sempre rintracciabile in precedenti passaggi segnici
di valenza iconica o indicale (come abbiamo visto nel casi precedenti del verde
e del rosso), ma a volte vi sono coincidenze storico culturali e ambientali che
hanno determinato in toto la simbolicità del colore. Nella cultura latina il ‘rosso’ rappresenta il colore per eccellenza (infatti coloratus e ruber
sono sinonimi, e nello spagnolo attuale colorado
significa rosso), questo perché il rosso era il colore più facilmente
ricavabile e si contrapponeva in quanto colore principale al bianco e al nero.
Di conseguenza il blu era considerato il colore dei barbari del nord, e il nero
non aveva un significato luttuoso (significato che si è sviluppato solo dopo il XIV secolo). Il rosso nei vestiti divenne simbolo di
nobiltà in funzione della sua saturazione, più costosa e pregiata (rosso
chermes) rispetto al rosso normale (robbia). Con la
scoperta della lavorazione del guado anche il blu divenne un colore diffuso, ma
il suo senso regale, dipendeva come nel caso del rosso dalla pregevolezza data
dalla saturazione (blu indaco). In questi casi la simbolicità
del colore è data dallo status symbol derivato dalla sua difficile
reperibilità, nonché dalla sofisticatezza della
lavorazione artigianale. In altri casi la simbolicità
di un colore, e quindi il significato che gli viene
attribuito, dipende da fattori ideologici e culturali, per cui il colore è
usato come un linguaggio, o come segno di riconoscimento. I colori in origine
servivano da codici di riconoscimento di una tribù, di un habitat,
di un territorio, in tal modo si sono convenzionalizzate
significazioni dei colori la cui origine ha un confine incerto, tra
l’arbitrario e il motivato. Le spose cinesi, come quelle dell’antica Grecia,
vestono di rosso, quelle occidentali di bianco, mentre
sempre in Cina il bianco è il non-colore funerario. Insomma, il senso simbolico
dei colori deve riferirsi ad una concezione antropologica relativistica, per cui ciascun popolo ha i suoi motivi per conferire un
certo significato ai colori. Dice E. Benveniste, nel
suo Vocabolario delle Istituzioni Indoeuropee (Einaudi,
1969):
Secondo le
tradizioni indoiraniche, la società è organizzata in
tre classi di attività: preti, guerrieri e
coltivatori. Nell’India vedica queste classi si
chiamano ‘colori’, varna. In
Iran, esse si chiamano pištra ‘mestiere’, il
cui senso etimologico è però ‘colore’. Bisogna prendere la parola nella
sua accezione letteraria: si tratta proprio di colori. E’ a causa del colore
dei loro vestiti che in Iran si distinguevano le tre classi – il bianco per i
preti, il rosso per i guerrieri, il blu per i coltivatori – secondo un
simbolismo profondo che proviene da antiche classificazioni note in molte
cosmologie, che associano l’esercizio di un’attività fondamentale con un certo
colore legato anch’esso a un punto cardinale.
Dunque, i colori
sono stati usati originariamente dalle diverse culture per esprimere sensi e
concetti, ovvero come un linguaggio, le cui origini
sono derivabili da un intreccio di catene significative, a livello iconico,
indicale e simbolico.
Un sentimento comune a tutte le
culture è il ‘desiderio di colore’,
si può considerare ciò come una propensione innata ed universale a conoscere e
ad esprimere per mezzo del colore. Il mondo è riconoscibile anche grazie al
fatto che le sue componenti sono colorate e si
differenziano. Possiamo anche dire che le prime
esperienze visive del neonato corrispondono a contrasti luminosi, macchie,
figure sfocate, vale a dire figurazioni evidenziate da differenze cromatiche.
Così come i bambini provano un grande divertimento nel
gioco di colorare, nello stesso modo le culture originarie di tutti i popoli
hanno evoluto le loro espressioni coloristiche nei riti, nell’abbigliamento,
nell’architettura e naturalmente in tutte le espressioni artigianali ed
artistiche.
Oggi abbiamo un dominio assoluto sul colore, le tecnologie del colore,
chimiche, fisiche, elettroniche ci consentono di colorare ogni cosa. Ciò
può essere interpretato antropologicamente come la
proposta diffusa e costante della festa, del gioco e della bellezza… anche se
poi, questo pittoresco e liberatorio oleogramma
carnevalesco sottende sottili strategie di mode e di marketing: un immenso,
variopinto gran bazar. Ciononostante, anche nell’era del mondo come old e
new business, progettare e vivere il colore può costituire una esperienza umana, psicologica e sociale di notevole
importanza al di là delle problematiche del vendere e del comprare, per questo
vale la pena cercare di sperimentare e i illuminare i ‘saperi del colore’.
Platone nel celebre
mito della caverna paragona la verità dell’ "Uno
bene" alla luce del sole, che rende visibili i colori, cioè le idee.
L’immagine viene ripresa da Aristotele nel De Anima:
l’intelletto agente permette agli intelligibile in potenza di divenire
intelligibili in atto, come il sole permette ai colori in potenza di divenire
colori in atto. Il paragone viene discusso da Averroè fino a Tommaso nel De unitate
intellectus , e poi da tutta la scolastica: Dio è
ciò che permette la conoscenza dell’uomo, come il sole permette la visione dei
colori. Forse il senso ultimo dei colori sta proprio nella loro magica forza
rivelatrice della bellezza e della molteplicità del creato, ed è giocando con essi che, sin da bambini, gli uomini imparano a diventare
creativi.
Qualcuno mi vuol colorare? Grazie