Trasgressioni visive

Pier Pietro Brunelli

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  Immagini che hanno lo scopo di provocare, scioccare, trasgredire,

create apposta per mettere in crisi lo stato di coscienza abituale,

 scardinare i luoghi comuni, metterci sotto gli occhi quello che preferiamo

 non vedere…

  Spesso certe immagini sono più scioccanti delle parole, il loro potere

 è nella loro capacità di sorprendere. In effetti non esistono ‘parole sorpresa’,

queste, anche quando sono forti e inconsuete, fanno parte della lingua che

è nota ad una certa comunità. Invece certe immagini possono attraversare le

lingue e le comunità e risultare sorprendenti: qualcosa  che non si è mai

visto prima, e che può costringere ad una interpretazione inquietante.

Le immagini provocatorie o provocanti non sono sempre sorprendenti - le immagini pornografiche, ad esempio, difficilmente sorprendono, esse possono essere moralmente trasgressive, ma non trasgrediscono i codici della visione. Dunque la ‘vera’ immagine trasgressiva non è costituita dal soggetto rappresentato, ma da come un soggetto viene rappresentato. Non è sufficiente rappresentare il sesso, l’orrido, la violenza, la sofferenza, il delirio per raccogliere les fleurs du mal dell’immagine, ci vuole qualcosa di più, ci vuole una poeticità della visione che ci sorprende e ci tocca in profondità. Di fronte alle ‘immagini trasgressive’ restiamo per qualche istante interdetti, veniamo colti di sorpresa, ma veniamo anche scossi, turbati, perché? In primo luogo perché pur riconoscendone un qualche senso dobbiamo ammettere che non lo avevamo mai visto o immaginato nella forma di quella immagine. L’effetto sorpresa a questo livello si colloca tra un dimensione percettiva e una dimensione logico-interpretativa. In secondo luogo l’effetto ‘turbamento’ si dà perché lo spaesamento percettivo-interpretativo riconduce non solo ad una ludicità estetica, ma anche ad una messa in crisi dello stato di coscienza in termini individuali e collettivi (come nelle poetiche ribellistiche dada e surrealiste). Queste immagini hanno la capacità di sovvertire le credenze e i modi di pensare ‘ufficiali’, di urtare l’ordine costituito, di profanare le apparenze del sacro, di sconfinare oltre le guideline simboliche che fanno da recinto ai modi ammissibili dei comportamenti soggettivi e sociali. Non è che queste immagini siano folli, anzi a volte sono tanto più trasgressive in quanto smascherano la follia stessa, o comunque quella follia che viene covata come lava incandescente nelle viscere di vulcani apparentemente placidi. La pubblicità tradizionalmente intesa, che in linea di massima propone immagini narcotico-conformanti, quindi immagini non trasgressive, ha anche una tendenza opposta di tipo ‘critico-divergente’, e cioè una modalità comunicativa anticonformista, volta a provocare attraverso l’ironia, il sesso, la drammatizzazione, ecc. Lo scandalo in pubblicità ha una storia che inizia dagli albori degli affiches commerciali, i quali,  ad esempio, hanno mostrato la donna in atteggiamenti e pose reputate immorali dal grande pubblico. Ma è con gli anni ’60 che la pubblicità, assorbendo le spinte della contestazione giovanile e della nascente ‘marketing society’, si esprime con audaci proposte verbo-visive aventi come obiettivo di senso la trasgressione di modi di vivere e di pensare (valga come esempio la pubblicità dei Jeans Jesus).

 

 

Questo atteggiamento trasgressivo della comunicazione visiva commerciale, ha come è ovvio, anche un effetto gratificatorio e affiliativo, consistente nel conquistare l’approvazione di quei consumatori che in qualche modo si identificano in modalità di comportamento di tipo critico-divergente: coloro che si sentono emancipati dai vecchi schemi, i contestatori, gli alternativi, i nichilisti, ecc. Ma anche i più conformisti, o gli indifferenti (i cosiddetti coache potatos, mangiatutto televisivi) vengono catturati, se non altro perché l’effetto scandalistico li raggiunge, li turba e volte li seduce, riuscendo così a compiere quel magico posizionamento del brand o del prodotto nelle loro teste di consumatori. Diviene dunque una necessità e una ‘moda pubblicitaria’ quella di sorprendere attraverso piccole, medie e talvolta grandi trasgressioni. Però, a farla grossa è stato Benetton, che con gli anni ’90 ha generato una certa tendenza ‘benettonista’ (o ‘toscanista’?) in pubblicità. In un mondo sempre più evoluto dal punto di vista tecnologico e finanziario, ma anche sempre più dilaniato nel suo ecosistema, sempre più ingiusto per le spaventose disuguaglianze tra le genti, sempre più privo di orientamenti psicoaffettivi, religiosi, e ideologici, una pubblicità del tutto buonista e benpensante non è più credibile, nemmeno per i bambini. Naturalmente anche la tendenza ‘shokc-reclame’ non è una regola assoluta, essa ha il suo controvalore in un flusso di strategie pubblicitarie dolcemente rassicuranti, che traggono spunto dalla new age, dalla telenovela piuttosto che dal varietà domenicale. Eppure il serpeggiare di messaggi pubblicitari più o meno trasgressivi dilaga, offrendo un crescendo di piatti forti, violenti, perversi, dissacranti e a volte perfino ripugnanti. Ma al di là del ‘finish pubblicitario’, e cioè del messaggio definitivo che viene messo a punto e diffuso per catturare il consumatore, questa ricerca off limits intorno ad una efficacia persuasoria della trasgressione, ha dato luogo ad una interessante sperimentazione in termini di comunicazione visiva, non direttamente finalizzata al mercato. In fondo, da sempre, vi è un romantico sodalizio tra arte e pubblicità, e poiché la prima si è caratterizzata nel XX secolo per la sua vocazione trasgressiva, per il suo perseguimento dello shock sociale ed emotivo (dalle provocazioni dada-futuriste alla ‘crudeltà’ di Artaud), la seconda le ha talvolta fatto da specchio, e in alcuni casi anche da proiettore (tanto che, come diversi critici sostengono, talvolta la pubblicità ha ‘superato’ l’arte). Quei pubblicitari, che quando non sono a lavoro sono artisti, e quando lo sono cercano comunque di esserlo, sembrano essere alla costante ricerca di cortocircuiti visivi, di fantasmagorie allucinatorie capaci di sconvolgere, ma anche di far pensare… Grandi problemi epocali a livello sociale e individuale, come la fame, il razzismo, la guerra, l’inquinamento, e nella sfera della soggettività, la crisi degli equilibri affettivi e simbolico-culturali di riferimento, vengono aggrediti da immagini che hanno il potere di far esplodere le contraddizioni con una immediatezza comunicativa che non può essere equiparata ad alcun discorso verbale.  Si tratta dunque di immagini trasgressive rivolte  all’attacco di un impero ufficiale dei segni e dei loghi, impero che sembra globalizzare non solo la vita politica sociale ed economica del mondo, ma anche la soggettività delle coscienze individuali. Queste immagini trasgressive recanti un desiderio liberatorio provengono da una creatività diffusa  che attraversa le arti, i movimenti della nuova contestazione e della solidarietà sociale, ed anche numerosi settori della ricerca e della comunicazione pubblicitaria. Ciò avviene in forme sempre più elaborate e diffuse anche grazie alle potenti possibilità di manipolazione tecnologica delle immagini. Dai primi collage e fotomontaggi di denuncia politico-sociale di Heartfield, ottenuti con un taglia, incolla, elabora virtuosamente manuale, si è giunti alle performance illimitate del ‘collage digitale’, con la possibilità di tagliare, incollare, elaborare ogni micropunto dell’immagine e di qualunque immagine. Questa onnipotenza della tecnologia sull’immagine ha in parte generato un sistema di immagini uniformi, monotone, copie di copie, ma da un’altra parte ha consentito di appropriarsi, smontare e trasformare le immagini della consuetudine e della ufficialità (dunque per trasgredirle fino in fondo!). Nello stesso tempo, la sempre maggiore necessità di sistemi segnaletici, di interfaccia e di orientamento urbano e ambientale, dovuto alla informatizzazione, ma anche alla crescente complessità del vivere a livello locale e globale, ha dato luogo ad un controaltare di sperimentazioni creative intorno a segni volti a “ristabilire il disordine”, secondo la poetica di una libertà trasgressiva della visione, come idea di deriva, o di fuga dagli spazi angusti delle abitudini e delle norme. E’ questo lo scenario di un emergere di creazioni grafiche aventi le caratteristiche tipiche della segnaletica e del marchio: geometricità, piattezza, monocromaticità, ma che, anziché essere garanti di prodotti, istituzioni, identità aziendali (i marchi) o di codici di accesso, di orientamento, di divieto (la segnaletica), diventano metafore visive del caos, della denuncia sociale, o, comunque ‘segni di destabilizzazione emotivo-interpretativa’.

Tuttavia quando le immagini trasgressive sono sovrabbondanti il loro urlo sembra non udirsi più. Il rischio è quello di un corsa al rialzo che si trasforma in un grottesco carnevale, senza più autentiche trasgressioni né sorprese, e quindi privo delle sue funzioni catartiche e di emancipazione coscienziale. Forse siamo già giunti ad una ‘situazione della comunicazione visiva’ per la quale l’immagine trasgressiva, per essere davvero avvertita, non deve urlare troppo, ma deve essere invece giocata secondo una chiave psicologica più sottile,  capace di evocare un brivido silenzioso, capace di farsi udire più profondamente nelle caverne della coscienza… un’immagine (ci si consenta un metafora letteraria) del dramma ‘introverso’ alla Dostoevskij, o di quello ‘estroverso’ alla Zola, capace comunque, con diverse poetiche espressive e  diverse prospettive di senso di far rivolgere uno sguardo ‘risvegliato’ nel mondo interiore e in quello esteriore, uno sguardo critico, severo e, tuttavia, aperto verso la costruzione del miglior mondo possibile. Difficile dire se una ricerca su questo genere di immagine trasgressiva possa essere direttamente interessante per la pubblicità, tuttavia lo è senz’altro per le discipline della comunicazione visiva, poiché è certo che l’immagine non serve solo a vendere, ma anche a fare cultura, società, umanità. 

 

 

           

Pier Pietro Brunelli

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